Non è realisticamente possibile sentirci sempre felici. Anzi. Spesso per svariati fattori, percepiamo dentro di noi un disagio. Siamo abituati a decodificarlo? Dipende. Generalmente, soprattutto in presenza di altri, al mostrare anche involontario di un’espressione turbata o anche solo priva di sorriso ci si sente dire “C’è qualcosa che non va?” “Dai, stai su” “Forza, reagisci”.
Quelle domande ed esortazioni, anche se benevole, spostano il nostro focus dall’analisi del nostro malessere, alla sua dissimulazione. Cosa che spesso si tende a fare anche in assenza di stimoli esterni, per il meccanismo di difesa dell’evitamento. Io evito di entrare in contatto con le mie emozioni negative: rabbia, tristezza, malinconia, disgusto. Ma perché? Perché fanno male! E in questo breve monologo tratto dal film “il Corpo” il bravissimo Giuseppe Battiston, reclama con forza il DIRITTO DI STARE MALE.
Non c’è nulla di sbagliato, anzi potrei con certezza affermare che è assolutamente salubre, rallentare i propri ritmi, osservare ciò che ci sta facendo soffrire, entrarvi in contatto, affrontarlo. Avendo prima cura di scremare ciascuna di queste operazioni dal peso del giudizio altrui o spesso dal nostro, che sa essere spesso ben più severo. Rimanere a contatto con il proprio malessere è un passo fondamentale nel nostro cammino evolutivo. Ci informa sul nostro funzionamento, ci aiuta quindi a conoscerci, a coabitare con le nostre fragilità, imparando ed esercitando l’ empatia verso noi stessi.
